Dialogo con Alessandro Bazan

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Nel suo studio di piazza Garraffello, tra grandi tele addossate alle pareti del tardo cinquecentesco Palazzo Rammacca, Alessandro Bazan racconta il suo rapporto con la pittura. Dalla sua prima mostra del 1988 alla galleria La Robina, che ancora oggi ricorda come una delle sue più felici esperienze, fino alla personale inaugurata a marzo presso la Galleria d’arte moderna di Palermo.

Siamo nel tuo studio nel cuore della Vucciria. Qual è il tuo rapporto oggi con il centro storico, continui a scommettere sulla rinascita palermitana?
Lascerò lo studio a luglio. Prendo le distanze dall’estetica del degrado, da quel modus vivendi alternativo in cui ora non mi riconosco. L’abbandono del centro per me è ormai una necessità perché continuo a constatare il non risanamento sociale della zona e la reale difficoltà di interazione con il territorio. Credo che Palermo debba attraversare una fase in cui siano gli intellettuali, più che i politici, ad assumersi la responsabilità di educare i cittadini. Mi riferisco a quella élite culturale che invece è sempre più spesso concentrata su se stessa e sul lamentarsi. In questa città si registra una mancanza di unità che, sebbene in parte fisiologica, impedisce la creazione di un progetto unitario che coinvolga anche i cittadini più scomodi e che quindi miri a ridurre il degrado ambientale e sociale. Lo scollamento tra le parti sociali implica la difficoltà nel dialogo tanto con i ceti popolari che con l’alta borghesia. Ritengo che per sanare queste profonde fratture occorra un impegno da parte degli intellettuali, una forte assunzione di responsabilità.
Parlami del tuo progetto espositivo alla Gam.
La Gam è un luogo discusso per il tipo di programmazione che ultimamente ha portato avanti, ma credo che l’operazione culturale in cui ha investito sia interessante proprio perché produce attività – promuovendo artisti siciliani o legati alla Sicilia – e tenta di relazionarsi con la città.
La mostra, curata dagli storici dell’arte Francesco Gallo e Francesco Galluzzi, è una rassegna sulla mia storia con la pittura; nelle opere esposte sono presenti tutti i modelli e i riferimenti importanti nel mio percorso e questo excursus è scandito da un ritmo iconografico visionario. C’è la metafisica, l’espressionismo, il surrealismo, El Greco, Tintoretto, Pellizza da Volpedo, Cézanne, Mario Schifano e molto altro. Questa mostra è un’analisi della pittura che mi ha formato, ed è stata un’occasione per riflettere su i miei punti fermi all’interno di quel ‘trasformismo pittorico’ che mi contraddistingue. La scelta di due storici dell’arte come curatori della mostra, e non di due critici, è stata dettata proprio dall’esigenza di creare una cornice storica della pittura in Sicilia, dove l’arte pittorica ha sempre mantenuto un ruolo centrale.
Molte delle opere in mostra sono di grande formato. Ti sei mai sentito vicino alla ricerca di Renato Guttuso?
Credo che sia io che Guttuso siamo figli di uno stesso artista, Sironi, modello fondamentale nella mia formazione. Il grande formato mi fa sentire a mio agio, mi dà una libertà decisamente maggiore rispetto alla pittura di piccolo formato, più intima, dove invece mi sento costretto. La grande tela inoltre garantisce una maggiore accessibilità, aspetto che mi interessa molto e che perseguo proprio in contrapposizione all’autoreferenzialità propria dell’arte contemporanea.
Amo il cinema, il grande schermo, la verità dell’immagine che sempre più viene contraffatta dai piccoli schermi che abitano il nostro quotidiano e che ci restituiscono l’illusione del vedere. Per fortuna la pittura mantiene la sua specificità; Ludovico Pratesi parla di “ritorno della pittura”, definizione che non condivido affatto: la pittura infatti non è un soggetto, perciò non si può spostare né fare ritorno ma disegna una linea continua. Non credo, infine, che si possa considerare un mezzo espressivo alternativo ad altri media più contemporanei.
Pensi di avere creato una scuola a Palermo?
Ho sempre odiato la definizione di ‘Scuola di Palermo’ che è stata affibbiata dal critico Alessandro Riva – in un articolo pubblicato su «Arte Mondadori» negli anni Novanta – a me, De Grandi, Di Piazza e Di Marco. Eravamo quattro amici pittori, ma non un gruppo. A quel tempo peraltro era passata la moda dei gruppi; certamente eravamo uniti dalla consapevolezza della totale assenza di qualsiasi cosa a Palermo in quegli anni (a parte il Genio di Palermo) e dal desiderio di sperimentare nuove strade. È stata un etichetta che ci è stata attribuita nostro malgrado e che credo non ci abbia aiutato.
Per il resto, devo invece ammettere che, grazie all’insegnamento all’Accademia di belle arti di Palermo, ho scoperto di avere una versatilità didattica che non sospettavo, stimolata da uno spirito di divulgazione dell’arte. Lo spirito che mi anima è quello di lavorare sodo, comunicare il più possibile la mia esperienza e condividere idee per migliorare il contesto in cui viviamo. Riconosco in me una naturale tendenza alla condivisione, anche egoistica: a Palermo esistono delle verginità creative molto forti che possiedono una grande energia che altrove non si trova. È importante incanalare bene quest’energia. In realtà noi siciliani ci sentiamo smart ma siamo molto ingenui, un po’ ‘somarelli’. Possediamo un’ingenuità di fondo che se ben nutrita può dare dei risultati molto interessanti. Per certi aspetti io sono un veterano, tra i primi artisti che da qui si sono rivolti all’estero e anche tra i primi ad essere tornato a scegliere Palermo.
C’è un tema nella mostra della Gam, un messaggio?
Protagonista della mostra è la ‘polis’, intesa come ‘pensiero politico veramente pubblico’, un messaggio che possa essere accessibile a tutti, contro la chiusura e la vuota polemica dell’arte e del sistema. Le opere in mostra nascono da una idea di democratizzazione dell’arte, perciò spesso attingono al suo repertorio tradizionale – scene di gruppo, come le trentatré figure frontali di Oligarchia, omaggio a Pellizza da Volpedo, o riferimenti all’iconografia classica come il tema delle bagnanti – e, come ho già detto, sono di grande formato.
Oltre che pittore sei anche curatore e ami scrivere.
Provo a fare quello che non so fare, perché ho un’attitudine da scommettitore e mi piace scovare nuovi talenti. È una piccola passione collaterale che coltivo anche grazie a Massimo Cannatella che mi offre il suo spazio per condividere idee e progetti. È un’occasione di libertà per manifestare la mia attitudine alla divulgazione dalla quale ricavo molta energia vitale. È un’antica passione: la primissima mostra dei Saccardi alla Galleria Pantaleone la curai io sotto pseudonimo!

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