VIVA LA LIBERTA’ – Intervista a Roberto Andò

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di Salvatore Ferlita

Sembra quasi un miracolo: da un romanzo intenso e compiuto, tra i migliori dello scorso anno, un film altrettanto compiuto e intenso, quasi struggente.

Stiamo parlando de Il trono vuoto (Bompiani, premio Campiello opera prima) del palermitano Roberto Andò: il cui titolo allude alla proposta di un partigiano della democrazia, a rivoluzione francese conclusa, di collocare per la cerimonia del 14 luglio un trono vuoto per evocare “l’abisso del potere, il suo mistero”. Nelle pagine di Andò, l’horror vacui è conseguente alla fuga, una sorta di autoesilio di Enrico Oliveri, segretario del maggiore partito d’opposizione, dato dai sondaggi d’opinione in caduta libera. A prendere il suo posto sarà il fratello gemello del leader, Giovanni Ernani, filosofo geniale, minato però dalla depressione bipolare. Il quale, mille miglia distante dalla koinè logora della politica, parla una lingua nuova, poetica, che affascina e insieme sbigottisce. Il tutto, sullo sfondo di un paesaggio politico e ideologico ingombro di rovine fumanti. Che è quello in cui oggi ci si muove sempre più disorientati e disillusi. Romanzo che di recente è approdato sul grande schermo col titolo Viva la libertà: a dominare, uno straordinario Toni Servillo, in abbagliante stato di grazia.
“Ero perfettamente consapevole dei rischi insiti in un’operazione del genere – confessa Andò – sin da subito io e i miei collaboratori ci siamo adoperati per trovare un passo autonomo, cercato nella dimensione essenziale del racconto”.
Nella sua bella casa di via Dante, allietata dal canto di uccelli variopinti, piena di luce, libri, quadri e soprattutto oggetti di un passato che si stenta a riconoscere, il regista e scrittore prova a ripercorrere le tappe del percorso avvincente che l’ha condotto dalla pagina scritta alla pellicola.
Una cosa è la scrittura romanzesca, un’altra il linguaggio cinematografico…
“Il romanzo, indubbiamente, può permettersi certe cose che al film sono estranee. Un film diventa godibile non tanto esibendo l’intelligenza, quanto mettendo in movimento un meccanismo. Insomma, quando l’intelligenza è affidata all’azione. Insomma, abbiamo essenzializzato, ecco tutto”.
Concentrandovi quasi esclusivamente sul protagonista…
“Nel film praticamente stiamo addosso a Enrico Oliveri: di conseguenza abbiamo modificato certi episodi, alcuni inventandoli di sana pianta. Quello ad esempio che riguarda il Presidente della Repubblica. Dettato dagli ultimi sviluppi politici, che hanno reso più solenne e tragica la figura di Napolitano, facendone in qualche modo una sorta di presidio della politica. Soprattutto dal punto di vista del linguaggio: quello del Presidente improntato a un sano, alto, serio machiavellismo: non a caso egli crede ancora nei partiti. Di converso, ha preso forma in questi ultimi tempi un linguaggio diametralmente opposto, quello di Grillo per intenderci, che crede nella finzione del web. Un Presidente di certo spiazzato da questo personaggio. Per non dire della Merkel, che a un certo punto si affaccia dal film: portatrice di un altro linguaggio”.
Qual è stato il nodo cruciale da sciogliere, la parte più problematica da rendere?
“Il finale, senza alcun dubbio. Nel romanzo ci si può addentrare nelle zone più interiori; nel film occorreva trovare qualcosa che in qualche modo lasciasse spiazzati. Per far ciò, mi ha aiutato tantissimo la chiosa di Massimo Cacciari al romanzo: egli fu ben impressionato soprattutto dal modo in cui ho provato a dar conto della contraddizione fondamentale dell’esercizio del potere. Parlando di una maschera che nasconde in sé un estraneo, ma che gli appartiene come un fratello gemello, facendo riferimento all’identità del potere in quanto finzione. Ecco allora l’illuminazione: puntare sull’identificazione totale”.
Alla fine, infatti, non si distingue il vero dal falso…
“Ecco l’espediente: l’invenzione di un gioco di volti che si confondono, e Valerio Mastrandea, nella parte di Andrea Bottini, che guarda stupefatto, e non riesce a riconoscere Oliveri. Lì c’è stata l’operazione drammaturgica principale, con lo spirito di Ernani che aleggia”
Così il film ha acquisito una sua indipendenza dal libro…
“Perfettamente: facendo suo un passo veloce, più rapido, leggero. Da geroglifico”.
Da qui anche la decisione di cambiare il titolo…
“Alla fine ho deciso di mutarlo, quello del romanzo era tutto sospeso su quel vuoto; Viva la libertà invece è più intonato al tocco di leggerezza e di speranza. Ecco cosa accade quando si passa da un linguaggio, quello letterario, a un altro, quello cinematografico: si corre il rischio di fallire, ma si ha anche la possibilità di divertirsi ancora”.
Un esempio di come da una pagina precisa del testo hai fatto il grande salto?
“La scena del segretario che si risveglia da un sogno, nel romanzo: in un fondale caraibico vede uomini in smoking. Da lì ho ricavato la scena della piscina nel film, l’idea insomma di fargli incontrare le persone fondamentali della sua vita”.
Viene fuori, quasi, un processo di cristallizzazione, non ti pare?
“Proprio così, non saprei come spiegarlo meglio”.
Se invece volessimo mettere a fuoco l’apporto esterno?
“Intanto, ho preteso un complice, ossia Angelo Pasquini, per estraniarmi di più e meglio. La scena con Fellini, ad esempio: io l’avrei realizzata in misura minore, ma è stato Toni Servillo a convincermi. Non dovevo tagliarla. Aveva ragione: a ben pensarci, la frase più politica del film la dice proprio Fellini. Quel passaggio lì ha suscitato negli spettatori forti emozioni. In questo caso, nel corso delle riprese, ho avuto un formidabile custode assoluto del copione, ossia Servillo”.
Qual è il commento al film che di più ti ha colpito?
“La frase di Cacciari, come ho già detto, ma anche le parole di Bernardo Bertolucci, che mi ha telefonato per confessarmi: ‘Avrei voluto che non finisse mai’. Beh, una cosa del genere ti ripaga”.
Che mi dici invece della straordinaria forza profetica del libro e di conseguenza del film? Che effetto ti ha fatto vedere la realtà che imboccava il sentiero tracciato in qualche modo nel romanzo e nel film?
“Confesso che si è trattato di uno strano effetto davvero, riconoscere i segni del romanzo prima e del film poi nelle cose che stavano accadendo fuori mi ha dato una sorta di vertigine. Come sentire ad esempio la Boldrini che dice di rimettere la passione nella vita politica”.
Un po’ come nel caso del film di Nanni Moretti Habemus papam, non credi?
“Certo, e a questo proposito mi viene da dire che in politica occorre che accada qualcosa di simile a quello che si è verificato nell’ambito ecclesiastico. Per legittimarsi in questo frangente di crisi lacerante, la Chiesa è andata in cerca di un estraneo. Che viene dopo il suo illustre collega, diciamo così, che ha esibito tutta la sua debolezza. Oggi, lo dimostrano i fatti, occorre prima di tutto ridare legittimità alla politica”.
In che modo?
“Non saprei, ma sono convinto che in un momento di crisi, come il nostro, occorre cambiare linguaggio. Ma i nostri politici, oggi, si rivelano in questo senso impreparati. Grillo s’è inserito in questa falla, puntando sull’istrionismo e sul populismo.”
E dopo i fasti del romanzo e del film?
“Adesso devo rimettere in moto i pensieri; credo che mi metterò a scrivere una cosa nuova originale, accantonando l’idea di mettere mano a cose pregresse. In forza, sono convinto, del senso di libertà che Il trono vuoto prima e il film poi mi hanno dato”.

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Un commento a "VIVA LA LIBERTA’ – Intervista a Roberto Andò"

Frusciante Ersilia 22 giugno 2014 alle 22:49

Lascia dubbi che ti danno certezze….

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