Il Principe fulvo

Autore: Salvatore Silvano Nigro
Casa editrice: Sellerio
Anno: 2012
Pagine:
Prezzo:

Questa volta Salvatore Silvano Nigro l’ha fatta grossa: ha mandato in soffitta, come solo lui poteva fare, gran parte della bibliografia critica che negli anni s’è addensata attorno al Gattopardo quale immonda escrescenza. Uno dei romanzi più chiosati, letti, tradotti, travisati, dunque, nelle mani del grande italianista e filologo bizzarro diventa tabula rasa da cui ripartire. Il tutto, in un volumetto smilzo e invitante, Il Principe fulvo (Sellerio, 152 pagine, 13 euro). Che non è un saggio critico, attenzione, di quelli che gli studiosi nostrani di solito allineano: è leggibile e accattivante (udite udite!), insidioso anche; in sostanza, si tratta di una narrazione della narrazione.
Insomma, un saggio scritto da un grande stilista, che dribbla tecnicismi, si libera euforicamente di zavorre interpretative, per restituire le pagine di Tomasi a una sorta di verginità immaginativa.
Dismesse dunque le vesti del romanzo storico e antirisorgimentale, il capolavoro dello scrittore palermitano indossa quelle del racconto fantastico: con tanto di statue che si muovono animate.
Si tratta del frutto di un lavoro paziente, da filologo detective, armato di lente d’ingrandimento, per scovare anche le tracce più nascoste e evanescenti.
Espunta la fatidica, terroristica frase di Tancredi “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, viene invece esposta la ragnatela invisibile di rimandi, allusioni, citazioni, riscritture. Lo scrittore segreto, che in silenzio e solitudine popola la sua attrezzeria immaginativa, viene spiato da un insaziabile voyeur, che elenca fonti, intreccia destini di personaggi, facendo leva su documenti inediti, forzando le segrete dell’epistolario dello scrittore.
Ne viene fuori l’energia allegorica della scrittura di Tomasi, il suo empito visionario, una sorta di ribollio barocco, che consentono al lettore di avvicinarsi al principe di Salina e scorgerne il vero sembiante: monumentale statua vivente, fulvo al pari di un leone, ritagliato dalla sagoma gigantesca dell’Ercole Farnese.
A Nigro, al suo raffinato palato di critico letterario e d’arte, non sfuggono i rimandi iconografici: a questi si appiglia nel suo esercizio incantatorio di equilibrismo ermeneutico.
Di conseguenza, personaggi, luoghi, parole, si illuminano di nuove e imprevedibili iridescenze.
Messo in ombra il demone della critica precedente, Nigro ha raschiato le pagine di Tomasi: spazzate le incrostazioni, le superfetazioni, gli strati aggiunti, torna a risplendere la patina originaria. Vi sembra poco?

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