IL GRUPPO CHE CURA

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Di Giulia Briguglia

Daniele Terranova, psicoterapeuta, ha imparato da Danilo Dolci e Diego Napolitani a concepire la sua professione in modo aperto e alternativo. Nasce così un gruppo in cui terapeuti e malati superano insieme l’esclusione.

“Vivo il mio lavoro come un viaggio. Pensare avventurosamente mi ha autorizzato a immaginare modelli di lavoro alternativo, che vadano oltre un sapere saputo, rassicurante”: questo è l’approccio alla psicoterapia di Daniele Terranova, che ha avviato a Palermo un equipe che si occupa di terapia di gruppo.

Daniele ha 37 anni. Il primo gruppo di lavoro lo incontra molto presto. “A 5 anni, frequentavo la scuola sperimentale fondata da Danilo Dolci a Mirto. Verificavamo tutte le nozioni impartite all’aperto, nella pineta attorno alla scuola. Ci riunivamo in sottogruppi, o in sessioni plenarie alle quali partecipava lo stesso Dolci. Un uomo di sessant’anni che parlava a bambini di cinque senza porsi il limite di cosa dire loro, o di cosa loro avessero da dirgli”.

È dopo l’università, con il Laboratorio di Gruppanalisi della COIRAG, che la passione di Daniele per le relazioni di aiuto si trasforma in un’idea più definita di intervento, anche grazie agli incontri importanti che hanno segnato la sua esperienza professionale e personale, primo fra tutti quello con il fondatore della Società Gruppanalitica Italiana, Diego Napolitani, suo mentore, con cui intraprende un percorso di supervisione e di ricerca.

In che modo queste esperienze sono ancora attuali nel tuo lavoro?
Insieme a un team di colleghi ho avviato un progetto rivolto a soggetti cosiddetti gravi, verso i quali un approccio terapeutico limitato alla terapia farmacologica associata alla riabilitazione risulta insufficiente. Cerchiamo di non fermarci alla cura dei sintomi, e occuparci dell’esistenza di queste persone, oltre le logiche dell’assistenzialismo. Le finalità del progetto, condivise con i pazienti e le loro famiglie, sono il raggiungimento dell’autonomia personale e il recupero di un percorso esistenziale, di uno sguardo oltre un presente sempre uguale, esito della condizione clinica.
Attualmente l’èquipe è composta da due psicologi e due psicoterapeuti e si avvale della collaborazione di uno psichiatra e, all’occorrenza, di altre professionalità specifiche. Questa convivenza ha dato luce negli ultimi anni a un gruppo costituito da tre pazienti giovani adulti, accomunati da un’esperienza esistenziale di chiusura autistica, intesa come chiusura in un proprio mondo,  concluso e fortificato, che non permette lo scambio e l’incontro con l’Altro. Una chiusura che compromette la crescita e il rapporto con il cambiamento: queste persone hanno mantenuto un’identità non adulta, dipendente dalle loro famiglie, senza alcuna possibilità di vivere alcuna esperienza se non accompagnati dai loro genitori.

In cosa consiste concretamente il progetto?
Il gruppo di lavoro, oltre ad avvalersi degli strumenti tipici della psicoterapia, cioè colloqui cadenzati di tipo verbale, integra degli interventi nei quali è il tessuto sociale stesso a diventare agente co-terapeutico. Durante gli incontri svolti al di fuori dello studio professionale, ci apriamo al territorio con esperienze di convivialità, come andare a mangiare una pizza, fare una passeggiata,  o con attività culturali e di utilità sociale.
Nello scambio che inevitabilmente avviene fra i membri del gruppo e le persone che abitano il sociale, commessi, passanti, camerieri, il nostro lavoro assume una doppia valenza che arricchisce tanto le nostre esistenze quanto quelle delle persone che incrociamo. Per questa circolarità io lo definisco un lavoro di formazione oltre che di cura: la cura presuppone una divisione, mentre la formazione coinvolge, con una differenza di funzioni, tutti i partecipanti.
Da circa un anno, inoltre, abbiamo avviato delle iniziative residenziali in cui èquipe e pazienti, a cadenze stabilite, condividono durante alcuni weekend uno spazio abitativo. Le difficoltà e le possibilità della convivenza vengono così sperimentate in presa diretta con attività di tipo quotidiano, come prendersi cura della casa, cucinare, dormire nella stessa stanza, ma anche di tipo più creativo, svolgendo attività all’aria aperta, come il giardinaggio, il trekking o facendo musica insieme.
Il fulcro del lavoro è prendersi cura delle relazioni interne al gruppo e di quelle che il gruppo intesse con l’esterno. Il lavoro in studio diventa quindi una riflessione sulle esperienze condivise. E’ dall’uso di questo doppio registro, quello dell’esperienza e quello della riflessione, la cui integrazione è garantita da un metodo di lavoro attento e rigoroso, che per i partecipanti diventa possibile il riconcepimento di sé nel sociale. E’ così che si amplifica lo spazio di vita di queste persone, che acquisiscono un diritto di cittadinanza abitualmente loro negato.

Qual è la chiave del vostro metodo?
Alla base c’è la condivisione affettiva delle esperienze, da cui queste persone si trovano, in un modo o nell’altro, escluse. Si cerca di andare oltre una mentalità di tipo manicomiale di cui chiunque, curanti compresi, rischia di essere inconsapevolmente portatore. Una mentalità che ripropone la frattura insanabile tra sani e malati, in cui si intrecciano la colpa di essere diversi e il pericolo di essere infettati.
Il nostro intervento, al contrario, reinterpreta la relazione di cura, permettendo a ciascuno di noi di sentirsi parte attiva di un gruppo, abbandonando le pretese di chi si pensa esclusivamente individuo curante.
Una delle pazienti descrive il nostro gruppo come una cordata, dove tutti siamo uniti da una fune che ci sostiene, che ci stimola e che ci comunica, al contempo, il posto che ognuno occupa rispetto all’altro.

Quali è il futuro possibile per queste persone e per il vostro progetto?
Queste esperienze sono i primi passi di un percorso più ampio, che ha come punto di arrivo la strutturazione di un rapporto di tipo adulto con il mondo.
Dal gruppo emergono la voglia di partecipare, il desiderio di fare esperienze. Questo ci spinge a credere sempre di più nel progetto e puntare a sviluppi possibili, come la creazione a Palermo di un gruppo-appartamento, uno spazio che da luogo di incontro e scambio strutturato possa ridefinirsi fino a diventare una vera casa.
Per raggiungere simili obiettivi per noi è indispensabile confrontarci e fare rete con altri professionisti e gruppi di lavoro che appartengano sia al settore privato che al servizio sanitario pubblico. Anche il pensiero e le modalità di intervento rischiano di isolarsi, chiudersi, cronicizzarsi.  L’incontro con l’altro invece ci permette sempre di ridefinirci, di rinascere.

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